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* 6 - Quest’aria innaturale *
«Ci siamo fidati», disse Irene, mentre Marcello guidava lungo una strada secondaria che si inerpicava sul fianco della collina, «ma ora te lo devo chiedere: cos’è questa storia del faro? Siamo lontani dal mare.»
«Non so nemmeno io il motivo. Il commodoro sosteneva che ci fosse comunque bisogno di un faro. O almeno, così mi ha detto sua figlia. Purtroppo lui non l’ho conosciuto.»
«Ex ufficiale di marina?», chiese Marcello.
«Probabilmente, ma non ne sono sicura. A volte i racconti della signora, quando parla del padre – o anche di sé stessa, a dire il vero – sembrano abbastanza fantasiosi.»
«Adesso mi stai incuriosendo», disse Irene.
«Ci siamo quasi.»
«Lo spero. È quasi un’ora che siamo in auto.»
Non erano passati nemmeno cinque minuti quando, dopo una curva piuttosto stretta, si parò davanti a loro la vista di un piccolo lago incastonato tra gli alberi e le colline. Sulla riva più vicina c’era una piccola villetta e, accanto a essa, un’alta costruzione che non poteva essere altro che un piccolo faro, dipinto di bianco e rosso, pronto a gettare la sua luce sulle acque placide al calar delle tenebre.
«Allora il faro c’è davvero…», disse Irene.
«Ne dubitavi?», chiese Sally.
«Nemmeno per un istante. Beh, via, un po’ sì.»
Marcello posteggiò nel piazzale di fronte alla villetta proprio mentre la porta principale si apriva lasciando uscire una donna sui settant’anni, alta e magra, vestita in pantaloni lunghi e camicia a maniche arrotolate. I capelli bianchi erano in perfetto ordine, il volto era – nonostante le rughe - ancora bello.
Sally scese dall’auto e quasi gridò: «Permesso di salire a bordo, signora?»
«Per te sempre, benedetta figliola», rispose la donna.
Marcello e Irene scesero a loro volta, mentre Sally si affrettava a presentarli: «Questi sono i miei amici Irene e Marcello. Volevo far vedere loro il faro.»
La figlia del commodoro li squadrò dall’alto in basso, poi annuì soddisfatta e disse: «Certo, troverete la porta aperta. Oggi sono già salita due volte, non chiedetemi di fare un’altra volta quelle scale, almeno fino a domani.»
«Andiamo allora», disse Sally. «La vista dall’alto è magnifica.»
All’interno del faro si inerpicarono per una lunga scala a chiocciola. Le pareti erano ricoperte di oggetti marinareschi di ogni tipo: fotografie e quadri di imbarcazioni, ancore, vecchie ruote di timone, reti da pesca, persino un paio di modelli in scala di una fregata e un brigantino. Sembrava di essere entrati in un museo verticale della nautica. Tutto era in perfetto ordine, non c’era un granello di polvere.
Raggiunsero ben presto la sala della lampada, da dove, come aveva promesso Sally, oltre le grandi vetrate lo sguardo poteva spaziare per tutta la zona, ben oltre il limitare del lago.
«Allora, che ne pensate?», chiese Sally.
«Un altro posto incredibile. Viene da chiedersi quali altre sorprese si nascondano in questi dintorni», disse Irene.
«Viaggiando qua e là, ho imparato che in ogni luogo si possono trovare cose interessanti e troppo spesso nascoste alla vista, o dimenticate. Basta saper cercare… o conoscere chi te le può indicare.»
«In ogni luogo?»
«Probabilmente anche la vostra città nasconde meraviglie. Magari nel sottosuolo, o in posti dove non entra più nessuno da anni.»
«Quando rientreremo, proveremo a cercarle. Che ne dici, Marcello?»
«Dovremmo farlo davvero», rispose lui.
Rimasero per un quarto d’ora a guardare il panorama, quasi in totale silenzio. Quando scesero le scale e uscirono all’aperto, trovarono un tavolino da campeggio, una caraffa di limonata fatta in casa e tre bicchieri. Della padrona di casa non v’era traccia.
«Evidentemente oggi non aveva voglia di parlare», spiegò Sally. «È una cara signora, ma temo che vivere qui, quasi da reclusa, non le stia facendo bene.»
«Vive da sola, immagino», disse Irene riempiendosi un bicchiere, imitata dagli altri due.
«Ogni mattina viene una signora dal paese ad aiutarla con le faccende, ma per il resto sì. Racconta di avere un marito in Argentina, o in Nuova Zelanda – di tanto in tanto cambia versione, a meno che non parli di due uomini diversi – ma chissà se è vero.»
«Però è vero che ha viaggiato molto.»
«Non c’è un continente in cui non sia stata, prediligendo ovviamente i luoghi più esotici. L’ho sentita parlare di Bangkok, Buenos Aires, Città del Capo, Kathmandu… Anche prendendo i suoi racconti con beneficio d’inventario, da giovane doveva essere un’avventuriera degna di un romanzo.»
«Anche il nome con cui l’hai presentata sembra uscito dalla penna di Verne o Salgari: ‘la Figlia del Commodoro’. A proposito, come si chiama?»
«Adelaide. Come una delle navi che suo padre aveva comandato. Oppure come la città dove è stata concepita. Mi ha raccontato entrambe le versioni.»
«Certo», commentò Marcello, «che conosci le persone più strane, Sally. L’ex monaco, Sebastiani, la figlia del commodoro…»
«Non sei gentile», lo redarguì subito Irene. «E comunque hai notato come tutti le vogliano bene? Non che sia difficile capire perché…»
«Dai, Irene, ora mi fai arrossire», rispose la bionda, sorridendo.
Sorseggiando la bevanda fresca, Irene si avvicinò alla piccola banchina, osservando il lago e una piccola spiaggia d’argilla a meno di cento metri da loro.
«L’acqua è limpidissima», disse. «Sai se è molto fredda?»
«Credo ci sia un solo modo per scoprirlo», rispose l’altra.
«Vi va di fare un tuffo? Sally, hai un costume? Altrimenti te ne presto uno.»
«Con uno zaino come il mio è difficile non avere qualcosa, ma grazie lo stesso.»
«Marcello?»
«Perché no?»
L’acqua era gelida, tonificante, ma la giornata era calda e ci si abituava facilmente. Passarono le due ore successive nuotando verso il centro del lago, giocando a schizzarsi come bambini, crogiolandosi al sole. Marcello era anche in vena di dare spettacolo: un paio di volte salì su una roccia che si protendeva sull’acqua e si esibì in tuffi “ad angelo” tutt’altro che impeccabili, sotto lo sguardo condiscendente delle due ragazze.
Seduta sull’asciugamano, Irene osservava il lago di fronte a lei, lasciando vagare la mente. Si sentiva serena, come non le capitava da tempo. Avrebbe potuto azzardarsi anche a definirsi felice. Non le importava nemmeno troppo se lo sguardo di Marcello – tutto sommato comprensibilmente, doveva ammetterlo, anche grazie a un bikini decisamente provocante – correva troppo spesso alla figura aggraziata di Sally.
Sorrise. Si sentiva incuriosita dalla vita, da quella giornata non ancora finita e da quella ragazza piombata dal nulla nelle loro vite. Le sarebbe piaciuto scrivere qualcosa su di lei.
Le sarebbe piaciuto ricominciare a scrivere.
Sally uscì dall’acqua – come Venere, pensò ironicamente Irene – e raggiunse gli altri due, mentre il sole calava dietro le colline e l’aria si faceva leggermente più fresca.
«Si sta facendo tardi, penso che dovremmo andare», disse iniziando ad asciugarsi.
«Nel luogo dove si svolge la festa di fine estate troveremo un albergo, una pensione?», chiese Irene.
«Un albergo vero e proprio non c’è, ma non preoccupatevi. Penso io a trovare un posto dove possiate passare la notte.»
«La festa è lontana da qui?», domandò Marcello.
«Non molto, ma non è semplicissimo arrivarci.»
«Cos’è, qualcosa di segreto? Di nascosto? Dobbiamo preoccuparci?», chiese ancora Irene, sorridendo ironica.
«No, assolutamente. Ma dai, vedrete coi vostri occhi. Andiamo, e fidatevi di me.»
* 7 - Sarà la rotta *
Ancora una volta Marcello si chiese dove fossero capitati.
Dopo aver percorso un dedalo di strade secondarie sempre più tortuose, avevano infine lasciato l’auto in un vasto campo sterrato, assieme ad altre vetture. Abbondavano camper e roulotte, e nel prato vicino erano spuntate come funghi decine di tende da campeggio di ogni dimensione.
Era un piccolo paese, evidentemente ormai quasi abbandonato; una trentina di case, la maggior parte disabitate, circondava, quasi abbracciandola, la piazza principale, ora gremita da centinaia di persone.
A primo colpo d’occhio sembrava una normale festa paesana, una sagra di qualche tipo, e comunque – rifletté Marcello – niente che potesse giustificare l’entusiasmo di Sally. Probabilmente le apparenze lo stavano ingannando.
Si guardò intorno ancora una volta: l’ambiente era illuminato in parte da luci elettriche e in parte da torce e lanterne; da una parte della piazza, una decina di chioschi e bancarelle offrivano cibo e vino, dall’altra era stato allestito un palcoscenico per i musicisti – si ripromise di andare a guardarlo più da vicino, sperando di non trovarci la tipica strumentazione da orchestra di liscio – mentre nel centro, attorno a un grosso falò circondato da pietre, c’erano persone di ogni tipo e di ogni età: ragazze e ragazzi vestiti come se stessero andando in discoteca, vecchi contestatori degli anni ‘70, gente arrivata dai paesi vicini, coppie evidentemente sposate da anni, e altro ancora.
Dovette però ammettere che si respirava una buona atmosfera, tutti sembravano essere lì solo per divertirsi.
Guardò le sue due compagne di viaggio: Irene era perplessa e incuriosita quanto lui, ma era facile vedere la felicità sul volto raggiante di Sally.
«Allora, Sally. Cosa facciamo qui?», chiese.
«Fra un po’ dovrebbero iniziare a suonare. E si balla, ovviamente. Se volete, nel frattempo possiamo vedere cosa offrono gli stand.»
In quel momento una ragazza dai capelli rossi, vestita con un abito decisamente e piacevolmente trasparente, venne verso di loro. Marcello non poté fare a meno di fissarla per qualche secondo di troppo, per poi notare che Irene – visto il suo sorriso ironico – se ne era sicuramente accorta.
«Ciao, Sally. Sei venuta, allora», disse la ragazza.
«Valeria! Certo che sì. Come stai?», rispose lei, abbracciando la nuova arrivata.
«Tutto bene, ho già sistemato la mia attrezzatura, non vedo l’ora di iniziare.»
«C’è anche Lara?»
«Secondo te potrebbe mancare?»
«A proposito, avrei un favore da chiedervi. C’è anche Maurino, vero? Dove posso trovarlo?»
«È dietro al palco, che controlla per l’ennesima volta che sia tutto in ordine, sai come è fatto… Vieni, ti accompagno da lui.»
«Torno subito», disse Sally ai suoi compagni di viaggio, «se volete, intanto mangiate qualcosa.»
Marcello e Irene rimasero a guardare mentre le altre due ragazze si allontanavano. Poi lui fece un’alzata di spalle e disse: «Prendiamo qualcosa?»
«Ottima idea», rispose lei, «il pomeriggio al lago mi ha messo appetito.»
L’offerta di cibo era varia e abbondante. Trovarono quasi subito i vassoi di finger food realizzati da Sebastiani, ma anche gli altri chioschi non erano – per quanto meno sofisticati – da meno, offrendo salumi, formaggi, sformati, assaggi di carne. E c’era vino in abbondanza.
Si riempirono i piatti e presero due bicchieri; Marcello fece per mettere mano al portafoglio, ma venne subito fermato dalla signora bionda dietro al banco.
«Non importa, grazie», disse lei.
«In che senso ‘non importa’?»
«È la prima volta che venite qui, vero? Alla festa di fine estate non si paga mai nulla. Tutto è offerto, tutto è condiviso.»
«Davvero? Ma è una cosa bellissima…», intervenne Irene.
«E mi raccomando», riprese la signora, «voglio vedervi per il secondo giro, non avete preso quasi niente.»
Si fermarono in disparte a mangiare, sempre osservando i partecipanti alla festa. Era tutto ottimo, in particolare il vino.
Nel frattempo due musicisti erano saliti sul palco, avevano preso gli strumenti – l’uomo al flauto, la donna al violoncello – e stavano creando un gradevole sottofondo al chiacchiericcio della piazza.
«Che ne pensi, finora?», chiese lui.
«Bello, ma vedendo l’entusiasmo di Sally mi aspettavo qualcosa di più.»
«Secondo me il meglio deve ancora venire.»
«Sarei abbastanza delusa se non fosse così.»
«Volevo dare un’occhiata da vicino al palco. Mi accompagni?»
«Volentieri. Curiosità professionale?»
«Diciamo di sì.»
Il palco era ampio e Marcello rimase stupito vedendo il numero e la varietà di strumenti musicali che erano stati approntati. Dietro a una fila di microfoni c’erano strumenti da musica classica – oltre al flauto e al violoncello suonati in quel momento c’erano un violino, un’arpa e un oboe – e strumenti tradizionali: una fisarmonica, un bouzouki, un dulcimer, perfino un liuto; poi un paio di chitarre elettriche, un basso, una postazione con almeno cinque sintetizzatori collegati a un computer e un caotico insieme di strumenti a percussione, dalla grancassa al frame drum, dai piatti allo shaker.
A un tratto la ragazza con i capelli rossi e il vestito trasparente – Valeria, gli pareva di ricordare – salì sul palco, si mise ai sintetizzatori e iniziò ad accompagnare flauto e violoncello con una ritmica pulsante, quasi ipnotica.
«Vado a prendere altri due bicchieri, e forse qualcos’altro da mangiare. Ti ritrovo qui?», chiese Irene.
«Non mi muovo.»
«E non la fissare così tanto», aggiunse lei sorridendo.
«Ci provo, ma non ti assicuro di riuscirci.»
Marcello rimase ad ascoltare, mentre la bassista – una ragazza dai capelli castani vestita con una minigonna e un top neri – e il suonatore di bouzouki – un uomo tarchiato con una folta barba nera – si univano all’ensemble. Nella piazza qualcuno iniziava a ballare su quel ritmo ossessivo.
Irene ritornò con altri due bicchieri colmi di vino rosso e un piccolo vassoio di dolcetti, e si mise sotto il braccio di Marcello. Rimasero così per qualche minuto, ascoltando, bevendo, commentando le tutt’altro che disprezzabili capacità degli esecutori, e iniziando a capire cosa avesse di particolare quel luogo.
Poi, uno a uno, i musicisti iniziarono ad abbandonare palco e strumenti, fino a far rimanere soltanto Valeria; la tastierista ridusse il volume lasciando un sottofondo udibile a malapena.
Marcello e Irene rimasero stupiti quando videro Sally salire sul palco e portarsi di fronte a un microfono.
«Buonasera… ciao a tutti», disse. «Scusate l’intrusione. Qualcuno di voi mi conosce, per gli altri io sono Sally.»
Il brusio della piazza diminuì di volume.
«Anzitutto grazie ai nostri musicisti che mi permettono questo intervento. Volevo raccontarvi una cosa, ma sarò breve: oggi ho conosciuto due persone meravigliose che mi hanno aiutato quando ne avevo bisogno e mi hanno accompagnato fino a qua.»
Marcello e Irene si guardarono, confusi e imbarazzati, chiedendosi cosa avesse in mente la ragazza.
«Per ringraziarli», riprese Sally guardando nella loro direzione, «ho deciso di tendere loro una piccola trappola – spero non me ne vorranno – e invitarli sul palco per suonarci qualcosa.»
I due rimasero esterrefatti.
«Ma sta dicendo sul serio?», chiese Marcello.
«Conoscendola sì, ma non creda che ci andremo davvero», rispose Irene.
«Certo che no, ci esporremmo solo al ridicolo.»
«Sicuramente. Sono anni che non canto.»
«È un’altra delle sue idee folli.»
«Mi spiace ma non se ne parla nemmeno.»
«’I Got Rhythm’?», chiese lui.
«Diamine, sì. Andiamo.»
Raggiunsero Sally sul palco, esitanti e un po’ nervosi. Un uomo di circa quarant’anni, robusto e alto quasi due metri, passò a Marcello una delle due chitarre elettriche; Irene si mise di fronte a un microfono.
Marcello suonò i primi accordi. Poi Irene iniziò a cantare.
Lui quasi non se l’aspettava: la sua voce era perfetta, cristallina, potente e versatile come ai tempi della band. Il pubblico li ascoltava in silenzio.
Dopo il primo ritornello, Valeria e la bassista iniziarono ad accompagnarli, mentre Sally prese ad armonizzare sulla voce di Irene. Sentendosi più sicuro, quasi euforico, Marcello azzardò anche un piccolo assolo, prima di lasciare nuovamente spazio alla voce della compagna per la conclusione del brano.
Dalla piazza partì un lungo applauso. I due si sorrisero, rendendosi conto a malapena che attorno a loro altri musicisti stavano salendo sul palco.
L’uomo alto prese la seconda chitarra e disse a Marcello: «Sei bravo. Rimani con noi, dai…»
Un attimo dopo i due percussionisti iniziarono a suonare: era un tempo in due quarti, con un andamento circolare; ricordava vagamente una pizzica o qualcosa di irlandese. Era un ritmo fatto per ballare.
Quasi nello stesso istante sintetizzatori, basso e violino si unirono alla performance: l’elettronica di Valeria si fondeva perfettamente con gli altri strumenti, creando un suono che era allo stesso tempo antico e moderno, qualcosa di ancestrale, istintivo, eterno.
Marcello impiegò qualche battuta per cercare di comprendere l’armonia, solo apparentemente semplice ma in realtà piena di sfumature e piccole variazioni, poi iniziò a suonare, cercando di seguire come meglio poteva gli altri, mentre nuovi strumentisti salivano sul palco aggiungendosi all’orchestra.
E nella piazza, attorno al falò, la gente iniziò a ballare, trascinata dall’onda sonora che proveniva dal palco.
Suonando tutto diventava più semplice, notò Marcello. Dopo pochi minuti bastava una veloce occhiata con Valeria, con l’altro chitarrista o con i percussionisti per seguire le continue variazioni di quella grande improvvisazione corale. E quel ritmo semplice diventava continuamente qualcosa di più, qualcosa di diverso, lasciando intuire influenze folk, classiche, jazz, rock e altro ancora. Come se tutti i musicisti presenti portando il loro contributo, aggiungendo il trascorso musicale a quell’oceano di note.
Marcello vide Irene e Sally che parlottavano accanto a lui. Poi Irene gli si avvicinò sorridendo e gli sussurrò all’orecchio: «Noi andiamo giù a ballare, qui te la stai cavando bene…»
Lui sorrise a sua volta e si limitò ad annuire.
La musica andava avanti, rimanendo simile a sé stessa ed eppure cambiando continuamente. Marcello si lasciava trascinare e allo stesso tempo era pienamente padrone di ciò che stava suonando. I vari strumenti si avvicendavano sul palco, e ognuno portava il suo contributo, la sua esperienza musicale.
Dall’alto del palco Marcello vide Irene e Sally che ballavano felici in mezzo alle altre persone; a un tratto gli parve di star suonando solo per loro due, o forse solo per Irene. Lei si accorse che lui la stava guardando, e lo salutò con la mano.
Alle sue spalle Valeria stava eseguendo un tema particolarmente complesso, che ricordava il rock progressivo degli anni ‘70. Facendosi coraggio Marcello alzò il volume, improvvisando sull’idea della tastierista e portando in evidenza le sue note per qualche battuta, per poi lasciare spazio agli altri musicisti.
Marcello chiuse gli occhi, concentrandosi su un tema più complicato portato avanti dal violino e da una cantante, assaporando quel momento. Si sentiva bene, e allo stesso tempo stava realizzando quanto gli mancasse quella parte della sua vita.
Aprì nuovamente gli occhi mentre dall’arpa alla destra del palco proveniva una cascata di note, e guardò la folla danzante cercando Irene e Sally.
Le trovò, a pochi passi dal palco.
E sbagliò completamente un accordo, quando vide le due ragazze una nelle braccia dell’altra, mentre si stavano inequivocabilmente baciando.
Riprese fiato mentre Irene e Sally riprendevano a ballare. Alla fine, ripensandoci, non era nemmeno così tanto sorpreso.
Sorrise fra sé e sé, e si immerse ancora di più nella musica.
* 8 - Dipende da me *
Irene si muoveva a tempo con la musica che scendeva dal palco: era impossibile resistere a quel ritmo continuo, insistente eppure sempre vario, a quell’amalgama di suoni in cui il pulsare elettronico dei sintetizzatori si fondeva con le evoluzioni del violino, il battito delle percussioni, il suono pieno di tradizione della fisarmonica.
Era impossibile resistere, e infatti attorno a lei ballavano ormai quasi tutti: quell’insieme di persone così diverse era unito nel lasciarsi trasportare da quell’unica danza.
Con Marcello andavano ogni tanto a ballare in qualche locale, ma questa era una cosa diversa, più naturale, più istintiva, decisamente più sensuale. Migliore.
Di fronte a lei, Sally si muoveva a sua volta sinuosamente sulla musica; a tratti sembrava quasi in trance. Il suo modo di ballare era piacevole da guardare. Poi la ragazza si accorse di essere osservata, e rivolse a Irene un altro dei suoi sorrisi disarmanti. Lei ricambiò il sorriso.
Irene alzò gli occhi verso i musicisti. Sul palco, Marcello stava suonando la chitarra che gli era stata prestata, riuscendo in qualche modo a non sfigurare rispetto agli altri. Vide che con lo sguardo lui le stava cercando e gli rivolse un cenno di saluto. Era felice per lui.
Sally le si avvicinò e, senza smettere di ballare, le disse in un orecchio: «Prima siete stati bravissimi.»
«Non è vero, ma comunque grazie per averci obbligato, anche se per un momento ti ho odiato.»
«È un peccato che abbiate smesso. Dovreste riprendere a suonare insieme. Siete bravi.»
«Non so… mi piacerebbe, non dico di no.»
«Intanto Marcello se la sta cavando bene, mi sembra.»
«Direi di sì.»
«Come mai mi guardavi prima?», domandò Sally «Se posso chiederlo.»
«Mi piace come ti muovi. Balli molto bene.»
«Grazie. Anche tu, ma dovresti lasciarti andare un po’ di più. Sei ancora un po’ legata.»
«Legata?»
«Questo posto è speciale anche perché nessuno ti giudica. Lascia andare tutte le preoccupazioni, ascolta la musica e muoviti. Fai come me…»
Irene chiuse gli occhi, assaporando il ritmo che proveniva dal palco, cercando di seguire i consigli di Sally, anche imitando il modo in cui lei si muoveva. Quando li riaprì, la ragazza di fronte a lei le sorrise, annuendo, e le strizzò l’occhio.
La musica riempiva la piazza, continua e insistente, in quell’unione fra antico e moderno, come un ballo dell’aia in una discoteca. Irene si sentiva sempre più libera, più leggera, più felice.
Diede ancora uno sguardo al palco: Marcello era assorto, concentrato nel suo ruolo di musicista. Era bello vederlo così soddisfatto.
Di fronte a lei Sally continuava a muoversi a tempo, in modo sensuale, avvicinandosi sempre di più. O forse era Irene ad avvicinarsi; non avrebbe saputo dirlo.
L’altra ragazza le prese una mano, come per guidarla nella danza, e la fece piroettare in mezzo alla gente. Per un attimo Irene provò una lieve sensazione di vertigine.
Continuarono a ballare insieme, sempre più vicine. Poi, quasi improvvisamente, dopo un’altra piroetta, Irene si ritrovò Sally tra le braccia. Si guardarono negli occhi, e a quel punto un bacio fu inspiegabilmente inevitabile.
«Cos’era questo?», chiese sorridendo, dopo.
«Un altro piccolo ringraziamento, immagino.»
«Grazie anche a te, allora.»
Senza bisogno di dire altro, ripresero a ballare, come se non fosse successo nulla, lasciandosi trascinare mentre quella notte scorreva leggera. Non era facile trovare le parole adatte, ma Irene iniziava a capire cosa rendeva quella festa tanto speciale. Le piaceva essere lì.
Poco dopo, agendo in perfetta complicità, con qualche insistenza le due ragazze riuscirono anche a trascinare per un po’ Marcello giù dal palco, e a farlo ballare insieme a loro. Certo, pensò Irene, il suo compagno era sempre stato un po’ impacciato nella danza, ma a suo modo anche lui riusciva a farsi trascinare da quella pulsazione naturale che riempiva la piazza e portava quasi tutti i presenti a muoversi a tempo.
Era una notte perfetta.
Mezzanotte era passata da poco quando la festa iniziò a finire. Il volume diminuì piano piano, uno a uno i musicisti abbandonarono il palco, e la gente smise di ballare dirigendosi verso i chioschi per il bicchiere della staffa.
Ai piedi del palco, Irene, Marcello e Sally stavano sorseggiando anche loro l’ultimo bicchiere.
«Allora, vi siete divertiti?», chiese Sally.
«Moltissimo», rispose Marcello, «è stato tutto fantastico.»
«Grazie per averci condotto fin qua», aggiunse Irene.
«Sono contenta che vi sia piaciuto tutto.»
«Torneremo sicuramente l’anno prossimo», disse Marcello.
«Ma come funziona? Quello che accade alla festa rimane alla festa? Una cosa del genere?», chiese Irene, rendendosi conto un attimo troppo tardi di quanto fosse chiaro a cosa si stesse riferendo.
Per poco più di un attimo, Sally parve perplessa da quella frase.
«Non ci avevo mai pensato ma direi proprio di no», disse. «Anzi, forse è proprio il contrario. Quello che accade qui non può non influenzare la vita di chi partecipa. Forse è questo il motivo per cui le persone continuano a tornare. Questo posto ti rende migliore, più autentico, più felice anche nelle piccole cose. O per lo meno ci prova.»
«Lo pensi davvero?»
«Ne sono sicura. Ve ne accorgerete anche voi, forse nei prossimi giorni, forse tra qualche mese, forse tra un anno.»
«Speriamo», rispose Irene sorridendo.
«Lo spero anch’io. Vado a cercarvi un posto per passare la notte. Aspettatemi qui.»
Irene e Marcello la videro allontanarsi, poi si guardarono e iniziarono a ridere.
«Insomma», chiese lei, «è stato bello tornare su un palco?»
«Non sai quanto. E tu, ti sei divertita?»
«È stata una serata strana, intensa. Dire che mi sono divertita è quasi riduttivo… ma sì, diciamo di sì.»
«Già, ho notato», disse lui prendendo un sorso di vino dal bicchiere e sorridendo sardonico.
«Ci hai viste, vero? Mi spiace tanto, Marcello, ma…»
«Non mi ha dato fastidio, Irene, sul serio.»
«Dici davvero?»
«È questa serata… diciamo che poteva succedere. E poi credimi, l’avrei baciata anch’io, se me ne fosse capitata l’occasione.»
«Stupido…», sorrise lei, «Allora, se non ti dispiace, non parliamone più. Va bene?»
«Va bene. Ma vieni qui», disse lui sorridendo a sua volta, prendendola tra le braccia e dandole un lungo bacio – dolce, intenso, carico di passione - a cui lei rispose con entusiasmo. Irene non si ricordava nemmeno da quanto tempo non accadeva più.
«Ma così», riprese lui subito dopo, «è come se avessi anch’io baciato Sally?»
«Sei un cretino», rispose lei ridendo. «Ti avevo detto di non parlarne più.»
«Va bene, ma sono il tuo cretino», disse lui prima di baciarla di nuovo.
«Interrompo qualcosa?», disse Sally, apparendo dal nulla mentre i due stavano ancora abbracciati.
«Un po’, ma a te stasera permettiamo questo e altro», rispose Marcello.
«Vi ho trovato un posto, e penso vi piacerà. Seguitemi.»
Salirono una lunga scala esterna che correva lungo il muro di una delle case ancora abitate, fino ad arrivare a una piccola terrazza. Dall’alto, notò Irene, si vedeva la piazza, e le ormai poche persone rimaste lì per le ultime chiacchiere.
Precedendoli, Sally aprì una porta finestra ed entrò. Irene e Marcello la seguirono, trovandosi all’interno di una piccola mansarda che evidentemente qualcuno aveva già preparato per eventuali ospiti.
C’erano un letto a due piazze con lenzuola, cuscini e coperte, un armadio a due ante, un vecchio scrittoio e anche un camino acceso a fuoco basso, quanto bastava per tenere il fresco della notte fuori da lì. Una porta secondaria dava su un piccolo bagno.
«Penso che qui possiate stare bene», disse la ragazza.
«Lo penso anch’io, è delizioso… e anche romantico. Grazie, Sally», rispose Irene guardandosi attorno.
«Sono contenta che vi piaccia.»
«Tu dove dormirai?»
«Non vi preoccupate, ho già trovato un posto anche per me, anche se questo è più carino», rispose sorridendo.
«Grazie ancora, per tutto. Per questa serata, per essere piombata nelle nostre vite…»
«Grazie a voi. Allora buonanotte, ci vediamo domattina per salutarci.»
«Buonanotte a te, Sally», disse Marcello.
«Buonanotte, e dormi bene», concluse Irene.
Sally uscì sulla terrazza. Irene la seguì fino alla porta, guardandola mentre si dirigeva verso la scala che scendeva fino alla strada.
Poi in un istante comprese che quella folle giornata non poteva finire così. Poteva solo finire in un modo ancora più folle; una cosa del genere non le sarebbe mai più capitata, non poteva lasciarsela sfuggire.
«Sally, aspetta», disse con un filo di voce.
«Che c’è, Irene?», rispose l’altra, voltandosi.
«Non andare.»
«Come?»
«Vuoi…», la voce le tremava, «vuoi rimanere con noi? Stanotte, intendo.»
Sally sorrise, e iniziò a tornare indietro, protendendo le mani verso di lei.
* 9 - Quasi sembra *
La luce iniziò a entrare dalla porta-finestra. Marcello aprì gli occhi, guardandosi attorno.
Del fuoco nel camino erano rimaste solo braci. Le ragazze dormivano ancora, nude e abbracciate; lui si soffermò a guardarle con tenerezza per qualche attimo – non avrebbe mai dimenticato la notte appena passata – poi si alzò cercando di non fare rumore, si infilò pantaloni e scarpe e uscì all’esterno.
Sulla terrazza l’aria era fresca, rigenerante. Marcello se ne riempì i polmoni. Il giorno era già chiaro, il sole sarebbe sorto dalle colline entro pochi minuti.
Si appoggiò alla balaustra e sorrise, ripensando al giorno passato e alla notte appena trascorsa: gli sembrava incredibile che fosse accaduto, e soprattutto che fosse stata un’idea di Irene, che fosse stata lei a chiedere a Sally di tornare indietro.
Il giorno prima, in quell’autogrill, mai avrebbe pensato che le cose sarebbero potute andare in quel modo, che dare un passaggio a una ragazza in difficoltà li avrebbe condotti in quell’avventura. Ma era felice di averlo fatto.
Sentì qualcuno alle sue spalle, un passo che conosceva bene, e si voltò. Irene stava venendo verso di lui: era ancora quasi completamente nuda, aveva indossato solo gli slip e una camicia aperta sulle spalle, per ripararsi dal fresco del mattino. Marcello la vide e pensò che fosse bellissima. Poi la accolse nel suo abbraccio stringendola a sé in un bacio che parve quasi infinito.
«Buongiorno, amore», disse poi in un sussurro, sempre tenendola stretta.
«Buongiorno a te», rispose lei, «e grazie.»
«Grazie di cosa?»
«Beh, di aver insistito per dare un passaggio a un’autostoppista ieri mattina, direi.»
«Per così poco…», si schernì lui.
«Se non fosse stato per te, non avremmo passato questa giornata incredibile e, soprattutto, questa notte.»
«Neanch’io mi sarei aspettato che andasse così.»
Irene girò su sé stessa, rimanendo tra le braccia di Marcello, e rimasero per qualche minuto a guardare l’alba: il sole che nasceva da dietro le colline inondava il paesaggio di una luce quasi irreale.
«È bellissimo, sembra un quadro di Monet», disse lei.
«È vero, è stupendo.»
«Peccato che tra poco dovremo lasciare questo posto.»
«Ci torneremo. A proposito, Sally?», chiese lui.
«Credo dorma ancora. Come mai lo chiedi?»
«Potremmo provare a svegliarla.»
«Ma sei insaziabile», disse lei con tono falsamente offeso.
«Oh, scusa. Pensavo che anche tu…»
Lei lo baciò ancora con passione, poi lo prese per mano e, conducendolo verso la mansarda, rispose: «Pensavi bene.»
La piccola stazione era quasi deserta. Sul marciapiede accanto al binario c’erano solo altri due gruppetti di persone oltre a loro, in attesa.
Marcello guardò prima Irene e poi Sally, cercando invano di trovare qualche frase per alleggerire l’atmosfera, per rendere quel momento un po’ meno triste, ma non gli venne in mente nulla.
Fu Sally, ancora una volta, a rompere il silenzio: «Grazie ancora per avermi accompagnata fin qua. Non dovevate.»
«Per favore, Sally», disse lui, «non dovevamo, ma lo volevamo fare.»
«Sei sicura?», chiese Irene, «Parti davvero?»
«Grazie, Irene, ma sì: riprendo il mio girovagare.»
«Dove andrai adesso?»
«Ci ho pensato e ho guardato le coincidenze. Questa sera sarò a Napoli.»
«Ci sono destinazioni peggiori. Cosa farai una volta arrivata?»
«Mi hanno chiesto di gestire una piccola mostra fotografica. Non credo ci sia molto da guadagnare, ma almeno mi hanno garantito un alloggio decente. Una volta lì, cercherò qualcos’altro da fare. Se non trovo alternative, mi metterò a fare la cameriera in una pizzeria.»
In lontananza si udì il rumore del treno che avrebbe portato Sally via da loro. Lei mise una mano sul suo enorme zaino.
«Mi raccomando», disse Irene, «abbi cura di te.»
«Come sempre. Ma sono io a raccomandarmi: non azzardatevi a deludermi.»
«In che senso?», chiese Marcello.
«Come vi ho già detto, da soli siete due persone stupende. Ma insieme siete qualcosa di più… di più grande, di migliore. E avete una vita meravigliosa davanti. Dovreste aver capito come fare.»
«Sì, credo di sì», disse Irene, «Grazie, Sally. Grazie per tutto.»
Con uno stridio di freni, il treno si fermò di fronte a loro.
«Allora ci salutiamo qui?», disse Irene.
«Credo di sì», rispose la ragazza.
Poi, quasi sorprendendoli e incurante delle altre persone attorno, Sally diede prima a Marcello e poi a Irene un lungo bacio sulla bocca.
Poi prese lo zaino e salì sul treno. Senza dire altro. Non ce n’era bisogno.
Per un’ultima volta rivolse loro uno dei suoi sorrisi meravigliosi e disarmanti, mentre gli sportelli del vagone si chiudevano.
Il treno ripartì, prendendo piano piano velocità.
Marcello e Irene rimasero a guardarlo, abbracciati, fino a vederlo sparire in lontananza.
* 10 - Visitar musei *
Già sul pianerottolo si sentiva un profumo delizioso.
Irene aprì la porta, entrò in casa e, posata la borsa, si diresse con passo rapido verso la cucina.
«C’è qualcosa di buono per cena?», chiese.
«Mi sono liberato un po’ prima dal lavoro; da tempo volevo provare questa variante del filetto alla Wellington che mi ha suggerito Max», rispose Marcello mentre aggiungeva mezzo bicchiere di vino rosso alla salsa.
Lei si avvicinò e gli diede un bacio.
«Come è andata la giornata?», chiese poi.
«Niente di nuovo sotto il sole. Però a pranzo ho sentito Ginevra, insiste con l’idea di provare ‘Higher Ground’ sabato prossimo. Ha già parlato con Enzo, lui è d’accordo. Te la senti?»
«Scherzi? ‘Higher Ground’ la faccio con una corda vocale sola.»
«Non ne dubitavo. A te invece com’è andata?» chiese lui spostando una padella dalla fiamma al forno.
«Ordinaria follia, a parte le consegne del progetto sempre più vicine, ma…», rispose lei lasciando la frase in sospeso per prendere una bottiglia di vino bianco dal frigorifero, riempire due calici e passarne uno al cuoco.
«Cosa sottintende questo ‘ma’ che addirittura necessita di un brindisi?», domandò di nuovo lui sorseggiando il vino.
«Vediamo se indovini chi ho sentito io, invece», disse lei con un certo entusiasmo nella voce, e bevendo a sua volta un sorso di vino.
«Non me lo dire. Da mesi non dava cenni di vita; non c’era nemmeno all’ultima festa di fine estate. Come sta?»
«Sta bene. Ha letto il racconto che avevo pubblicato l’anno scorso; le è piaciuto, e ha pure indovinato che per la vittima mi sono ispirata a lei.»
«Ma ora dov’è?»
«Non è ancora andata in Irlanda, se è questo che vuoi sapere. Adesso è a Parigi.»
«Oh, la Ville Lumière». Marcello spense il fuoco sotto l’altra padella e si avvicinò a Irene.
«Negli ultimi due mesi ha fatto da assistente a un illusionista in un piccolo teatro, una ricostruzione del Grand Guignol, a suo dire», aggiunse lei.
«Tipico di lei, ma vediamo se indovino: è nuda sul palcoscenico?»
«Purtroppo questo non l’ho chiesto, ma non ne sarei affatto stupita.»
«Nemmeno io». Ridendo, Marcello la prese tra le braccia.
«Ma c’è una cosa ancora più importante: la prossima settimana verrà a trovarci per qualche giorno», aggiunse lei con gli occhi che le brillavano.
«Una notizia stupenda», rispose lui con voce entusiasta, «non vedo l’ora.»
«Anch’io. Dovrebbe arrivare mercoledì prossimo», disse Irene stringendosi un po’ di più a Marcello.
«Starà da noi, ovviamente.»
«Come ogni volta», confermò lei strizzando l’occhio.
«Dovresti sentire i tuoi se ci tengono la bambina per quei giorni. Li pago in cibo. Altrimenti sento mia madre e Stefania, anche se abitano più lontano.»
«Non ti preoccupare, ho già fatto, e mi sono permessa di sentire se ce la tenevano anche questa notte. Tanto a loro non pare vero di viziarla un po’, e a lei non pare vero di essere un po’ viziata dai nonni. Passano a prenderla prima di cena.»
«Un’ottima idea.»
«Come tutte le mie idee.»
«Ti vedo decisamente elettrizzata all’idea di ritrovare l’intimità con la nostra compagna d’avventure», disse lui abbracciandola un po’ più stretta.
«Non penso che tu possa farmene una colpa.»
Marcello rise di nuovo e disse: «Lo sai che ti amo, Irene?»
«Iniziavo a sospettarlo.»
Lui la baciò, e lei si perse in quel bacio che sapeva di eternità.